Tony Gentile July, 2014

Il Morso della discordia

Lavorare per un’agenzia di stampa vuol dire essere pronti a fotografare qualsiasi cosa, a muoversi da qualsiasi parte e spesso con estrema rapidità. Devi avere capacità tecniche su diversi campi, quelli che oggi per fare i fighi si chiamano skills. Può anche succedere di lavorare su una storia anche se materialmente non sei nel luogo dove quella storia si svolge. A me è successo alcune volte, e questo che vi racconto è un caso straordinario. E’ il fine settimana del 13 gennaio del 2012 e io mi trovo a Cortina d’Ampezzo. Non sono in settimana bianca, anche perchè non so sciare, ma devo seguire una tappa della coppa del mondo di Sci femminile. Come succede in questi casi la sera si va a mangiare con i colleghi e spesso si finisce per fermarsi a chiacchierare a lungo. Infatti quella sera rientro in albergo più tardi del solito e non guardo gli ultimi notiziari, come mia abitudine, la sveglia suonerà molto presto domani, c’è freddo e forse è meglio andare immediatamente a dormire. Intorno alle 3 di notte, poco dopo aver preso sonno, squilla il telefono. Quando squilla il telefono in piena notte e tu sei nel mondo dei sogni lo shock è notevole, pensi immediatamente a qualcosa di brutto e cominci in una frazione di secondo a mettere il lista tutte le persone care a cui potrebbe essere successo qualcosa. Ma per chi fa il mio mestiere ci sono altre ragioni per essere svegliati in piena notte, le notizie, le breaking news, quelle che non dormono mai e sono il tuo pane quotidiano. Dall’altro capo del telefono c’è Mal, il mio capo europeo da Parigi, che mi da una notizia incredibile: “una nave da crociera ha impattato contro gli scogli davanti l’isola del Giglio, ci sono diversi morti, gli altri tuoi colleghi in Italia non rispondono al telefono gestisci tu la cosa”. Fine della telefonata. Per prima cosa mi alzo e accendo il computer e la televisione per cercare di capire di più di quella breve telefonata. Poi comincio a chiamare i miei colleghi ma nessuno di loro risponde. In effetti se non rispondevano a Mal perchè avrebbero dovuto rispondere a me. Bisogna mandare immediatamente qualcuno sul posto e nel frattempo vedere se ci sono fotografi locali che hanno già fatto delle foto e cercare di comprarle. L’unico che mi risponde al telefono è Remo, il nostro collaboratore a Roma. Anche lui ha la voce preoccupatissima di uno che si sveglia in piena notte pronto a ricevere una brutta notizia ma in compenso non mi manda a quel paese. Dopo poche parole convincenti Remo è pronto a partire per il Giglio, non sapendo esattamente cosa fare ma l’ordine è perentorio, “vai, poi si vede, intanto parti e non dimenticare nulla”. Non dimenticare nulla vuol dire prendi tutto l’immaginabile della tua attrezzatura, macchine fotografiche più possibili, obiettivi, computers cavi, dispositivi di connessione internet, e soprattutto una valigia con biancheria perchè si sa quando parti ma non si sa quando tornerai a casa. Infatti Remo, con il vero istinto del fotoreporter, parte e arriva alle prime luci dell’alba a Porto Santo Stefano in tempo per fotografare i primi superstiti della tragedia che vengono evaquati e riportati sulla terra ferma. Poi riesce a prendere il traghetto che ritorna sull’isola del Giglio e dopo poco tempo comincerà a inviare le prime foto della nave, che a quel punto so che si chiama Costa Condordia. Finalmente anche i telefoni degli altri miei colleghi ritornano raggiungibili e considerato che io devo andare a fotografare un gruppetto di allegre sciatrici lascio a loro il comando della situazione. Questo in breve il mio approccio con la storia della Costa Concordia ma l’avventura del Giglio non è finita quella sera per me e per i miei colleghi. E’ stata una delle storie che è durata più a lungo e che ha richiesto una grande copertura mediatica, quasi 2 anni da quella fredda notte del 13 Gennaio 2012. Personalmente sono stato al Giglio diverse volte: il 23 gennaio 2012, dieci giorni dopo l’incidente, ho visto per la prima volta quel leone marino disteso dolcemente sul fondale dell’isola avvolto da uno sfondo di nuvole che sembravano quasi dipinte per un set di una campagna pubblicitaria. Nella notte tra il 16 e il 17 settembre 2013 invece ne ho visto e documentato in varie forme il “parbuckling”, ovvero quella complessa operazione di imbracatura e sollevamento, che ha permesso di portare via da quel mare stupendo il rottame di una delle navi più grosse al mondo. La Costa Concordia è stata infatti la nave dalle più grandi dimensioni di cui si sia mai tentato e realizzato il recupero con una tecnica unica nel suo genere.

Nel mezzo ho raccontato diverse cose: l’inverno e l’estate: il sole e la pioggia; la curiosità di migliaia di persone che sbarcavano, anche solo per qualche ora, sull’isola per vedere la nave arenata e farsi un selfie; la quotidianità degli abitanti del Giglio che per 2 anni hanno visto stravolta la loro isola e la loro vita semplice di isolani; le urla di divertimento dei bagnanti che stridevano, come un gessetto nuovo su una lavagna, con le urla di dolore dei familiari delle vittime. Insomma tanti piccoli aspetti di una grande storia.

Decisamente il momento più entusiasmante è stato nei giorni del parbuckling sia per la complessità del lavoro di recupero, che lo hanno reso un fatto storico oltre che unico nel suo genere, ma anche per la complessità del lavoro che io personalmente ho dovuto compiere. In quei giorni avrei dovuto seguire diverse cose, la cronaca del recupero della nave, fare delle illustrazioni particolari che raffigurassero il prima e il dopo il sollevamento, realizzare delle foto a 360° e, rullo di tamburi, anche un time lapse che raccontasse tutta l’operazione. Sicuramente state pensando “ma non potevi essere da solo a fare tutto questo!” Bene, pensate male perchè io ero esattamente da solo. Per prima cosa serviva una stanza d’albergo con vista sulla nave e da dove fosse possibile vedere bene le operazioni di sollevamento. Con i colleghi di Reuters TV avevamo prenotato, già molto tempo prima, una camera in una posizione invidiabile. Poi bisognava organizzare bene la fotocamera destinata al time lapse. Era la cosa forse più complessa da fare perchè soggetta a molteplici variabili da prevedere e da calcorare in ogni dettaglio. Una volta piazzata e impostata la mia macchina bisognava soltanto attendere l’inizio delle operazioni per far partire il timer.

Nel frattempo la vita e le foto sull’isola continuavano. La sera prima dell’inizio delle operazioni un temporale si avvicina minaccioso sul Giglio forse potrebbe ritardare le grandi manovre ma per noi non cambia molto. Dopo cena tutti a casa per riposare un poco visto che domani la giornata si prevede molto lunga ma in piena notte rombi di tuono e lampi accecanti squarciano il cielo sulla Costa Concordia. Avrei avuto due possibilità: opzione n° 1: tirare su la copertina e continuare a dormire fino alla mattina seguente; opzione n° 2: vestirsi di corsa e andare a vedere se quei lampi magari potevano regalarmi qualche buona foto. Manco a dirlo, ho scelto la seconda.

Chiamo Remo, con cui in quei giorni condividevo l’appartamento, e ci precipitiamo al porto, in effetti lampi e fulmini c’erano, non tanti ma erano interessanti. Quello che mancava era l’attrezzatura, infatti ero uscito di corsa solo con una macchina fotografica, senza un cavalletto, l’unico posto dove potermi appoggiare erano gli scogli del molo. Meglio che niente, mi appoggio lì e aspetto il fulmine giusto che però stenta ad arrivare perché il temporale è lontano, sulla terra ferma. Ma ad un tratto arrivano due lampi, consecutivi, uno dopo l’altro quasi nella stessa posizione e a brevissima distanza. Beccati.

Finalmente tutto è pronto per Nick Sloane, il capo delle operazioni, e si comincia con il parbuckling. Durante le prime ore delle manovre il movimento della nave era molto lento e quindi inpercettibile. Dopo quattro ore però si è iniziato a vedere qualcosa quindi ritorno velocemente sul balcone dov’è la mia macchina per il time lapse per controllare che tutto stesse procedendo per il verso giusto. Scarico la prima serie di immagini e le assemblo con un software specifico. L’effetto era molto buono, ha funzionato! I miei colleghi di Reuters TV, entusiasti dell’idea di avere a disposizione il primo video dove era visibile un leggero movimento della nave, decidono di inviarlo subito ai loro clienti. Nel frattempo per tutta la giornata continuo ad andare su e giù per l’isola a fare foto da tutte le posizioni e poi tornare sul balcone per montare un altro pezzetto di time lapse. Ma il parbuckling è lungo quindi a tarda sera vado a riposare per qualche ora ma la mia mente restava sempre fissa sullo stesso pensiero “funzionerà sempre la mia macchina sul balcone?” Punto la sveglia alle 3:30 e mi preparo per uscire, nel frattempo sento squillare le trombe di tutte le imbarcazioni impegnate nelle operazioni. “Ci siamo – penso – hanno finito. Oppure è successo qualcosa”. Scappo subito al porto e vedo il grande capo Nick, sfinito ma sorridente, parlare con i giornalisti.

Il tempo di fare due foto e scappare immediatamente sul balcone per vedere se il mio time lapse era andato bene, mille domande, “si è spenta la macchina, la scheda si è riempita, un uccello si è posato sopra, l’inquadratura è ancora giusta?” Mentre correvo per raggiungere il balcone nella mia testa c’era solo paura e ansia in quantità industriale. Riesco a prendere la scheda con una calma che non credevo di avere, metterla al computer e aspettare pochi minuti perchè il mio timelapse si concretizzasse. Eccolo, funziona, ce l’ho ed è anche perfetto, la nave nel momento in cui si raddrizza non esce dall’inquadratura, che è la cosa che maggiormente temevo, non ero sicuro dei movimenti che potesse fare. Pochi minuti ancora ed è in circuito a disposizione dei network di tutto il mondo che lo useranno in continuazione per l’intera giornata, e anche oltre, per raccontare un evento storico ed eccezionale per la storia della marineria, e non solo. 19 ore di riprese, 2500 fotografie, cinque ore di sonno in 64 ore di lavoro. Almeno è stato un sacrificio ben ripagato.

Ah dimenticavo ero andato al Giglio per fare il mio lavoro di fotogiornalista e fornire immagini utili ai giornali. E anche questo alla fine è riuscito.

Scrivi un commento