Tony Gentile maggio, 2024

Mai dire Mai, l'incredibile storia di un negativo smarrito e poi ritrovato

La vita a volte ti fa vivere delle avventure incredibili, talmente straordinarie che anche a volerle raccontare non sembra neanche che siano vere. Anche io che l’ho vissuta personalmente stento a crederci. Ho avuto bisogno del classico pizzicotto per verificare che quel momento che stavo vivendo era realtà e non era un sogno. Ve lo racconto. Comincia tutto in un tempo lontanissimo ma che a me adesso sembra proprio ieri. Contrada Cannatello, Agrigento, 20 maggio 1996 il super latitante Giovanni brusca viene arrestato mentre, ironia della sorte, stava guardando in TV un film su Giovanni Falcone. Anche io lo stavo guardando, a casa di familiari. Immediatamente appresa la notizia dal sottopancia che scorreva sulle immagini del film afferro la mia borsa con l’attrezzatura fotografica e scappo verso la squadra mobile, non prima di essermi accertato che qualcuno potesse riaccompagnare a casa Mary, mia moglie, che in quel momento era incinta del nostro primogenito Alessandro. Arrivato alla squadra mobile il caos era totale e aspettammo fino a notte quando arrivò la colonna di macchine che scortava il boss appena arrestato. Le immagini dei poliziotti che esultavano imbracciando pistole e pesanti fucili a pompa le ricorderete tutti. Passammo altre ore li davanti aspettando che si potesse fotografare Brusca nella classica “pupiata" ovvero il momento in cui viene tradotto in carcere e si realizzavano le classiche foto di rito in cui gli arrestati venivano portati sotto braccio dei poliziotti a disposizione della stampa. Ma quella notte la pupiata non ci fu e venne rimandata alla mattina seguente. “Ma a che ora?” Era la domanda che tutti noi fotogiornalisti ci chiedevamo, ma nessuno era in grado di rispondere. Quindi ci presentammo in molti all’alba davanti la squadra mobile per evitare di perdere quel momento molto importante. Eravamo consapevoli che avremmo potuto fare delle foto storiche. Io arrivai intorno alle 6.00 e il boss era ancora dentro. Aspettammo per quasi due ora ma niente, non c’era aria di pupiata e soprattutto nessuno ci diceva nulla. A quel punto, intorno alle 7.30 cominciai a disperare. C’era un piccolo problema che avrei dovuto affrontare e che mi faceva arrabbiare molto. In quegli anni, per affrontare la crisi del fotogiornalismo che era già cominciata, io avevo un piano B, insegnavo fotografia nella scuola pubblica. In pratica alle 8 dovevo essere in classe per la mia lezione. Quell’anno avevo solo poche ore, una sola classe. Quindi alle 7.45, lasciai il piazzale antistante la squadra mobile e con la mia vespa grigio metallizzato mi recai verso la scuola che si trovava in viale Michelangelo, abbastanza lontano da Brusca. Confesso che ero incazzatissimo al limite del pianto, la storia che stavo per perdermi era grossissima ma avevo il dovere di andare a scuola e non potevo fare altro. Arrivato a scuola mi accorsi subito che i miei studenti non erano in classe, non erano entrati forse per festeggiare anche loro la notizia dell’arresto del boss superlatitante e senza perdere neanche un secondo partii immediatamente a velocità supersonica verso la mobile. “Dai!!! Forse ce la fai!!”, ripetevo continuamente in testa per darmi forza. Arrivato nel piazzale non vidi più nessuno dei miei colleghi, il piazzale si era svuotato e caddi per un attimo nello sconforto, tutto era finito, avevo perso la foto. Ma sento un fragore che arrivava dal cortile interno della mobile, qualcosa stava succedendo all’interno e mi dirigo velocemente dentro cominciando a preparare la mia macchina fotografica. Arrivati dentro c’era un muro di colleghi fotografi, cameraman, giornalisti e tantissimi poliziotti. Come faccio? A metà tra il panico e la enorme voglia di fotografare “u verru”, come era soprannominato Brusca, attraverso come un fantasma quel muro, mi infilo strisciando per terra tra le gambe dei colleghi e in un attimo mi ritrovo davanti a tutti, basso per non impallare nessuno. Giovanni Brusca stava per uscire e io ero lì in prima fila a godermi lo spettacolo a cui non avrei dovuto partecipare. Mai dire mai, è proprio vero, alla fine ce l’avevo fatta. La sorpresa vera però doveva arrivare perché, considerato che la notizia era veramente grossa il TIME, prestigiosissima rivista americana, decide di dedicare al "Mafia Monster" la copertina della versione europea del settimanale e lo fa utilizzando una mia foto. Dalle stalle alle stelle, dal momento di sconforto perchè rischiavo di non fare le foto al momento di gioia per una pubblicazione illustre e prestigiosa. Quando la rivista, dopo qualche giorno, arrivò nell'unica edicola che vendeva i giornali internazionali, a piazza Castelnuovo, Politeama solo per i palermitani, le comprai tutte e le conservo ancora nel loro involucro di cellophane.

Questa storia che ha dell’incredibile sembrerebbe finita ma in realtà questo è solo l’antefatto perché la vera storia comincia proprio adesso. Nel 2003 io cambio vita, lascio la scuola e Palermo per trasferirmi a Roma ed entrare a far parte dello staff della Reuters. Chiaramente faccio un trasloco e porto con me una parte dell’archivio, quello che ritengo più importante. Tra questi negativi e diapositive c’è sicuramente, quello dell’arresto di Brusca. Nel 2008, grazie alla collega e amica Simona Filippini prepariamo una mostra con alcune delle mie foto ma cercando i negativi non c’è traccia di quelli dell’arresto di Brusca. La mia mente comincia a ricordare ogni possibile movimento, quando li ho visti l’ultima volta, dove, forse li ho lasciati in un laboratorio di stampa. Niente da fare, quella striscia di negativi non viene fuori. Così per anni, tante mostre, due libri e quei negativi non ci sono più. Persi, volatilizzati, scomparsi dalla circolazione, come i migliori latitanti di mafia, per quasi 20 anni. Ogni volta che mi capitava di parlarne una bruttissima sensazione di sconforto mi prendeva e confesso di avere pianto per quella pellicola mai più ritrovata. Mai dire mai, mai disperare, anche se io disperato per quella perdita lo sono stato sul serio. Per anni sono andato avanti nelle mostre usando un unico file che avevo recuperato da una vecchia scansione.

Roma 24 maggio 2024, pratone delle valli, esterno giorno. Il mio AMICO Luca Lo Iacono mi dà appuntamento al pratone per salutarmi, domani andrà a Palermo per alcuni giorni e vuole passare per un saluto. Confesso che la cosa mi appare un poco strana ma siccome nell’ultimo mese ci siamo visti spessissimo per lavorare ad un progetto bellissimo non mi sono fatto altre domande. È sempre piacevole parlare con Luca, una fucina di idee che per me è stato stimolo per tantissime delle mie/nostre iniziative. Come altre volte ci ritroviamo a passeggiare e chiacchierare di tutto, dagli entusiasmanti progetti in corso alla sconfortante squadra del Palermo. Ad un certo punto mentre stiamo seduti su una panchina mi restituisce una scheda SD che gli avevo dato pochi giorni prima e poi mi dice “adesso ti restituisco anche gli interessi”. “Gli interessi?” penso io non spiegandomi esattamente cosa volesse dire. Mentre cerco di comprendere meglio le sue parole lui tira fuori dallo zaino una busta blu del vecchio laboratorio fotografico Fotora, dove abbiamo vissuto buona parte della nostra giovinezza.

Immediatamente il mio pensiero si illumina e la mia pelle comincia ad incresparsi. In una busta come quella avevo visto l’ultima volta i negativi di Brusca. Mentre lo guardavo negli occhi immaginavo già il contenuto di quella busta stropicciata dal tempo ma non osavo dirlo, “Luca!! Ma ci sono quei negativi? Ma come è possibile?” Non riuscivo a dire altro e lui continuava a dire “Apri, apri, guarda…” Ho aperto e dentro c’era proprio quello che avevo intuito, i brividi e la pelle d’oca attraversavano tutto il mio corpo, non potevo crederci, quei negativi, tra i più importanti della mia vita che mi avevano dato tanto dolore per averli smarriti ad un tratto erano riapparsi dopo quasi 20 anni.

Non ci credo ancora e soprattutto io e Luca non riusciamo a spiegarci e a ricordare come sia possibile che quel materiale, così prezioso per me, stava in una vecchia scatola di negativi a casa sua. È proprio vero, Mai dire Mai, c’è sempre una speranza.

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